Il carcere, inteso quale luogo chiuso e isolato della società destinato ad accogliere le persone private della loro libertà personale per scontare una pena, è istituto relativamente moderno.
In tempi meno recenti, infatti, la prigione era sostanzialmente vista come un luogo nel quale era custodita la persona in attesa della inflizione di pesanti punizioni per il crimine commesso.
Questa concezione del carcere come luogo ad continendos homines, e non ad puniendos, era connaturata all’idea stessa di pena che, accanto a quella risarcitoria, prevedeva per i crimini più gravi l’inflizione al condannato di supplizi attraverso lacerazioni o mutilazioni fisiche se non addirittura la pena di morte.
Fu solo a partire dal XVII secolo che, secondo gli storici, iniziò ad affacciarsi una nuova idea di pena che troverà, poi, nei principi proclamati dalla Rivoluzione francese e, più in particolare, in quelli ispiratori dell’Illuminismo, cui ancora oggi siamo intimamente legati, la sua definitiva affermazione.
Nel 1791 veniva pubblicato per la prima volta il Panopticon di Jeremy Bentham, un filosofo inglese esponente di quella corrente di pensiero che va sotto il nome di utilitarismo, secondo il quale il carcere doveva svolgere una funzione risocializzante; la prigione panottica – che nell’ottica di chi l’aveva immaginata rappresentava un modello di carcere anzitutto architettonico -, concepita affinché, grazie a pochi agenti di custodia posti all’interno di una sorta di faro realizzato al centro di una struttura circolare contenente le celle, era possibile esercitare il costante controllo sul detenuto per indurlo ad un’opera di auto interiorizzazione ed accettazione dei crimini commessi, fu d’ispirazione per successivi modelli di prigione poi definiti modelli Philadelphia.
Su tale esempio detentivo si innestò, nel corso del tempo, l’idea che occupare i detenuti in attività lavorative fosse indispensabile, non solo per alleviare il costo sociale della gestione delle prigioni, ma soprattutto per allontanarli dall’ozio e incentivarli all’intrapresa di processi di cesura con il passato deviante; anche sulla base di questi ultimi sistemi carcerari, poi definiti modelli di Auburn, venne ispirata la costruzione di molteplici e successivi istituti penitenziari.
Oggi può senz’altro affermarsi che quei modelli siano stati nella sostanza superati.
La detenzione, infatti, ha unicamente assunto i caratteri della sanzione penale ed anche il lavoro ha perduto la connotazione di afflittività che in precedenza lo caratterizzava.
Tuttavia, a ben vedere, nonostante quei progetti dietro ai quali si celavano ben precise ideologie da raggiungere attraverso il trattamento sanzionatorio siano stati soppiantati, non può dirsi che si sia concepito un nuovo modello sul quale realizzare le prigioni.
Sebbene la legge abbia introdotto alcuni standard minimi cui dovrebbero uniformarsi gli ambienti nei quali si svolge la vita dei detenuti – che dovrebbero impedire, da un lato, di trasformare il carcere in un luogo nel quale le persone in esso ristrette siano private della dignità, dall’altro, la pena in trattamento disumano e degradante – e abbia stabilito che i singoli istituti penitenziari devono essere organizzati con caratteristiche differenziate in relazione alla posizione giuridica dei detenuti e degli internati e alle necessità di trattamento individuale o di gruppo degli stessi, nella pratica tutto ciò non è avvenuto e non avviene.
Come è noto, infatti, malgrado le suddette prescrizioni, lo stato in cui versano molte carceri non ha evitato all’Italia di essere condannata da organismi internazionali per le disumane condizioni nelle quali le persone detenute sono costrette a vivere.
Tutte queste considerazioni, dunque, non possono che spingere a porsi un interrogativo al quale è difficile rispondere: può ancora affermarsi che il carcere sia davvero la risposta?
- codiceJOINT01
- luogoCubo 0C, Stand BUniversità della Calabria
- destinatariStudenti della scuola secondaria di II grado, Altri/e visitatori/trici
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